Tutti gli interventi che si sono susseguiti in questi ultimi mesi sui Bonus Casa fanno sorgere ora il dubbio se valga la pena ancora intervenire per riqualificare il proprio immobile.

Chi ha il cantiere in essere è in agitazione per il divieto di cessioni successive alla prima e non solo.

Così, chi non ha ancora avviato i cantieri, o non ha ancora maturato un credito cedibile, comincia a fare i conti sulla “nuova” convenienza di queste operazioni.

Il quadro normativo ancora in evoluzione, con risvolti alle volte imprevedibili e con indicazioni postume che alle volte correggono o interpretano direttamente la normativa, come accade con gli interventi dell’Agenzia delle Entrate, disegnano una situazione al limite del reale dove però i  vari operatori si trovano a lavorare.

Sappiamo che gli interventi fatti sono stati dettati dalla volontà di contrastare le frodi ma, l’effetto indiretto, è drastico e preoccupante, tanto che anche il mondo politico comincia a rendersene conto da più parti.

Tutta questa incertezza spinge a far riprendere in considerazione il sistema di recupero diretto delle detrazioni, in dichiarazione dei redditi sotto forma di riduzione dell’imposta.

Facciamo un confronto con il cambio della caldaia in una casa monofamiliare.

Il costo “chiavi in mano” del nuovo impianto che può essere agevolato con ecobonus al 65% (supponiamo pari a 6mila euro). Se la ditta offre lo sconto in fattura, il proprietario deve pagare 2.100 euro, più gli oneri finanziari di circa 850 euro (a copertura dei costi sostenuti dall’impresa per farsi anticipare la liquidità e cedere a una banca il bonus). Tenendo conto di tutto, il proprietario chiuderebbe l’operazione pagando circa metà della spesa ed eviterebbe i costi extra per l’asseverazione e il visto di conformità (non necessari, secondo la manovra 2022, per i lavori fino a 10mila euro e in edilizia libera). Senza sconto in fattura – e senza cessione – dovrebbe invece pagare tutti i 6mila euro subito e poi recuperare 3.900 euro come sgravio dall’Irpef spalmato in dieci anni dal 2023.

Il caro prezzi, l’inflazione, ecc. rendono meno vantaggioso il rimborso fiscale decennale….

Ma non è questo oggi l’inconveniente principale delle detrazioni.

Infatti, i dubbi sono maggiori se l’investimento è “consistente” perchè il bonus arriva a cifre che pochi possono scaricare in dichiarazione. Ad esempio, acquistare una villetta dal costruttore con il sismabonus può lasciare una detrazione di 16.320 euro all’anno per 5 anni, che per essere assorbita richiede un reddito di almeno 54.500 euro (sempre che non ci siano altre detrazioni). Un livello reddituale raggiunto da una piccola parte degli italiani. Il superbonus poi, che dal 2022 si recupera in quattro rate.

E i forfettari che, non pagando Irpef, hanno bisogno di cessione o sconto in fattura?

Poi, non dimentichiamo che per utilizzare direttamente le detrazioni, il proprietario committente deve essere in grado di anticipare tutta la spesa ed di “aspettare” il recupero parziale e distribuito nel tempo.

Anche se gli studi fatti sulle dichiarazioni del 2020 hanno dimostrato che circa un quarto degli italiani abbia preferito il bonus del 50%, dimostrando che lo strumento della detrazione comunque funziona, bisogna però rilevare che si tratta per lo più di lavori su abitazioni singole e di piccoli interventi condominiali.

Le opere di riqualificazione dei Condomini, invece, sono molto difficili da deliberare senza meccanismi di cessione del credito e contestuale finanziamento. Oltretutto è frequente che, anche quando il bonus viene ceduto e il condominio si fa finanziare, se la detrazione non è molto elevata, i proprietari devono comunque farsi carico di una quota significativa dei costi.

Ed infine, sebbene questa sia una grande opportunità per riqualificare il nostro patrimonio immobiliare e pensare alla sostenibilità, alcuni sollevano il dubbio se sia corretto che lo Stato debba continuare a finanziare con la fiscalità generale la riqualificazione edilizia del nostro Paese